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Il M° Vedovati ricorda il M° Taiji Kase

24 giugno 2015 | Andrea Varisco

Il maestro Roberto Vedovati ricorda il Maestro Taiji Kase

Ho conosciuto personalmente il maestro Kase nel 1968, quando già mi allenavo con il maestro Shirai che spesso lo invitava da Parigi perché tenesse per il gruppo degli istruttori, lezioni e corsi d’aggiornamento.

Ho frequentato questi corsi per circa 15 anni.

Mi allenavo molto, ero pieno di fisicità, la conoscevo, sapevo cosa fosse, la vivevo attraverso le tecniche perfette del mio maestro.

Ma quando ho visto per la prima volta il maestro Kase eseguire una tecnica, la parata bassa (gedan barai), mi è corso un brivido, intuivo che da quel movimento uscisse altro.

Questo credo sia stato il suo straordinario modo di interpretare e trasferire i Karate-do, parlando poco quando insegnava; era essenziale, forse anche perché non conosceva la nostra lingua.

Dico questo perché ho avuto diverse occasioni di trovarmi a tavola con lui, assieme ad altri maestri giapponesi ed italiani, e come tutti mangiava, beveva, conversava ridendo sovente con quel suo faccione unico, schiacciato sul volto spesso sudato che schizzava ottimismo e sicurezza.

Il maestro portava dentro di sé ed esprimeva in ogni occasione il suo Spirito Guerriero di rispetto e determinazione.

Era uno spettacolo vederlo quando faceva kumite in palestra, ed era impensabile per chi non lo avesse conosciuto, vedere quel suo corpo tozzo, gambe e braccia corte, muoversi con una velocità e potenza sorprendenti, o quando usava la sua tecnica preferita: ushiro-geri che, quando lo ricevevi, ti rimaneva stampato sul petto per diversi gioni.

Tante volte si confrontava in kumite con il maestro Shirai e, dopo il saluto rituale, sempre sorridendosi, davano vita ad una serie di tecniche al massimo di velocità, potenza e rispetto reciproco: quella era davvero Arte.

Nei primi anni 70 ricordo che durante uno stage Nazionale di Cinture Nere a Montecatini Terme, il maestro ci spiegò nel dettaglio il kata Empi e dopo avercelo fatto eseguire molte volte, ci fece mettere seduti in cerchio dicendoci che il salto in aria a 360°, che è la penultima tecnica del kata, non lo eseguivamo bene perché non ne avevamo compreso il significato.

Ci fornì la spiegazione mettendosi nella posizione che precede il salto schizzando in aria con tutto il suo peso, avvolgendosi in volo ad una tale velocità da stupirci meritando un applauso spontaneo.

In una delle fasi eliminatorie dei Campionati Regionali Italiani, il maestro Corbella, io e parecchi altri arbitri, andammo con i maestri Kase e Shirai a Bassano del Grappa partendo presto in pullman per tornare tardi nella notte a Milano.

Alle otto del mattino seguente eravamo già pronti in materassina stanchi ma felici di fare parte di un gruppo così significativo.

Durante una pausa arbitrale, mi sedetti al suo fianco; si voltò verso di me dicendomi in Francese: “Forse quel kata che hai arbitrato, meritava qualche decimo in più”. Un insegnamento impartito con dolcezza.

Egli è stato uno degli ultimi Kamikaze che, per l’avvenuta fine della guerra, non aveva mai partecipato ad un’azione e, a questo proposito, a chi gli chiedeva perché fosse sempre così sorridente egli rispondeva che nella vita aveva una ragione in più per essere felice.

Il maestro non ha mai amato molto le competizioni agonistiche anche se le sopportava; ci diceva che era quasi impossibile attribuire un giudizio arbitrale ai kata in quanto difficile cogliere la perfezione, stabilire nette differenze pur parlando di alti livelli.

Per quanto riguarda il Kumitè ci ripeteva centinaia di volte che non può esistere parità dato che uno dei contendenti arriva sempre prima; la difficoltà sta nel vederlo.

Un’altra bella lezione per dire: allenamento … allenamento, pratica … pratica!

Questo evidenzia la sua scelta di rinunciare all’incarico di prestigio come “Allenatore” della Nazionale Francese per dedicarsi unicamente alla “Scuola“.

Lui che era l’ultimo rappresentante vivente ad avere avuto come formatore il Maestro Gichin Funakoshi, ed era stato allievo diretto del figlio Yoshitaka,

Il maestro, aveva deciso di mettere a disposizione del Karate-Do, la Via che porta alla perfezione dello Spirito e non solo del corpo, la sua indiscutibile preparazione, la sua tecnica e la sua esperienza, anche se personalmente credo impossibile non passare attraverso il corpo.

Per provare a se stesso l’unione tra corpo e Spirito, una volta si chiuse nel suo Dojo per ore ed ore portando in continuazione una sola tecnica oi-zuki, svenendo e rialzandosi al limite massimo della propria resistenza.

Il maestro Kase si avvaleva anche dei simboli per rappresentare la “Via”.

Un giorno, il maestro Corbella ed io, dopo il consueto allenamento del martedì e del venerdì, che coincideva con la nostra pausa pranzo, ripassammo davanti al Dojo del maestro Shirai proprio quando i due maestri stavano uscendo.

Il maestro Kase ci chiamò, mise le mani in tasca e ci porse un distintivo con la tigre, simbolo dello stile Shotokan dicendoci: “Conservatelo con cura e portatelo con onore, nello spirito della tradizione”. Dopo averlo ringraziato, ci salutammo con il consueto OSS!

Un sabato sera degli anni 70, al Palazzetto dello Sport di Milano, stracolmo, con circa 7.000 presenti, durante lo svolgimento delle finali dei Campionati Italiani, come consuetudine, i maestri Shirai e Kase si esibirono in una dimostrazione.

Il maestro Shirai con l’aiuto del maestro Sumi diede dimostrazione di difesa contro attacchi di zuki e geri con grande entusiasmo del pubblico.

Dopo una serie di fasi eliminatorie fu presentato il maestro Kase che si sarebbe esibito nel suo kata: Tokui-kata.

Si presentò facendo il saluto al pubblico e simbolicamente al Maestro Funakoshi, annunciò il kata: “Chinte”. Iniziò il kata, il senso di potenza ed interpretazione, suggestionò la mente, improvvisamente si fermò: aveva sbagliato una tecnica; il Palazzetto piombò in un silenzio tombale, il maestro si rimise in posizione e con la sua voce tonante annunciò: “Heian Shodan“, primo kata, il kata della Tranquillità, che gli iniziandi presentano al primo esame.

Eseguì quel kata con una tale energia che quei movimenti suggerivano molte cose: bisogna sempre ricominciare dall’inizio, non bisogna avere paura di sbagliare, se sbagli prendi subito posizione e reagisci interpretando il meglio di te.

Il maestro diede in quell’occasione una grande lezione di umiltà.

Vi racconto un episodio narratomi dal maestro Fassi negli anni 60 quando andava a Parigi per allenarsi dal maestro Kase.

<< … Dopo l’allenamento andammo in una birreria; io ero seduto accanto al maestro che si era girato dandomi di spalle per conversare con un praticante; in quell’istante ho pensato: “guarda un po’! Adesso a questo grande maestro potrei spaccare in testa questo boccale di birra, e cosa mi potrebbe fare?” … In quell’istante il maestro si voltò verso di me dicendomi: ”Fassi! Se tu avessi fatto quello che pensavi, saresti già morto!” … >>

Il maestro Fassi narra ancora questo episodio ridendo, ma pensate al suo sguardo di stupore allora.

Il maestro Kase è stato e continuerà ad essere la rappresentazione del Budo, del vero Spirito del Samurai, che è di assoluta attualità anche oggi per chi sceglie di percorrere una strada difficile ma ricca di contenuti. Egli rappresenta il vento che soffia nell’anima dei puri, che con purezza desiderano avvicinarsi alla conoscenza del “Do”, attraverso il sacrificio di una vita dedicata alla ricerca dell’essere.

Il maestro Taiji Kase è nato a Chiba in Giappone il 19 Febbraio 1929

è morto a Parigi il 24 Novembre 2004.

Oss Sensei, che il cielo e la terra accolgano il tuo Spirito

Milano, 25 Febbraio 2005

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